21 dicembre 2007

Alla ricerca della sensibilità e dell'armonia

Nella pratica dell'Aikido si è constantemente alla ricerca della sensibilità e dell'armonia, senza questi due elementi a mio avviso l'Aikido si trasforma in qualcosa di diverso, privo di ogni fondamento a sostegno del miglioramento dell'individuo e della società.

16 novembre 2007

Il gesto interiore

L'inspirazione e l'espirazione sono la fonte di ogni gesto del nostro corpo...

21 settembre 2007

Il Maestro Morihei Ueshiba Fondatore dell'Aikido


Vita ed opere di Ueshiba Morihei: La Ricerca La regione dove sorge Tanabe era anticamente chiamata regione del Ki, ed attraverso i secoli fu continuamente frequentata da mistici, asceti ed eremiti che vivevano sovente negli anfratti naturali delle montagne di Kumano, alla ricerca del contatto con le misteriose sorgenti di energia cosmica che permeavano quei luoghi. A Tanabe, il 14 dicembre del 1883, nacque Ueshiba Morihei. Fin dall'infanzia inizió lo studio dei classici cinesi sotto la guida di un prete della setta shingon, Fujimoto Mitsujo, mentre apprendeva direttamente dalla viva voce della madre le leggende del monte Kumano. Pur discendente da una famiglia di gente vigorosa, la sua costituzione era fragile e tale rimase nel corso di tutta la sua vita, ma una forza di volontà indomabile e un'applicazione costante gli permisero di superare ogni ostacolo. Per contrastare la sua fragilità e le sue tendenze mistiche, il padre lo inizió all'arte del sumo e lo incoraggió a praticare altre arti marziali. Dotato di prodigiosa memoria e di grande facilità di calcolo, studió da contabile e si trasferí a Tokyo nel 1902 dove approfondí lo studio delle arti marziali, probabilmente impressionato dall'aggressione che suo padre dovette subire ad opera di un gruppo di briganti. Praticó il jujutsu delle scuola Tenshin Shin'yo e Yagyu-ryu e probabilmente la scuola di spada Shingake-ryu. Ma una grave malattia lo obbligó a tornare a Tanabe, dove si sposó con Hatsu Itokawa. Nel 1903 era stato riformato dalla leva militare a causa della statura insufficiente, per un solo centimetro (misurava 1,56). Deciso a non rassegnarsi, si fece sospendere a degli alberi con grossi pesi alle caviglie, in modo da allungare la colonna vertebrale. Venne accettato ad una seconda visita e partecipó alla guerra con la Russia, da cui tornó con il grado di sergente ed una fama di grande abilità nel maneggio della baionetta (jukendo). Si era guadagnato anche il nomignolo di tetsujin, uomo di ferro, e pesava oltre 80 chili; aveva seguito mentre era distaccato a Nakay gli insegnamenti di Yagyu Ryu del maestro Masakatsu Nakai, che continuó a frequentare anche negli anni seguenti (aveva ricevuto nel 1908 il diploma di insegnante) Dopo il suo ritorno a casa il granaio della casa paterna venne trasformato in dojo, e fu lí che Ueshiba seguí gli insegnamenti del maestro di judo Kiyoichi Takagi e quelli del politico Kumakusu Minakata, del quale condivise l'opposizione al degrado ecologico e morale della regione in nome del progresso. Rendendosi conto che la situazione della regione era in ogni caso degradata, trattandosi di una zona montagnosa materialmente povera che viveva dei soli proventi della pesca artigianale, e non autorizzava grandi prospettive, aderí all'appello del governo giapponese per colonizzare l'isola di Hokkaido. Si trasferí nel 1912 nel villaggio di Shirataki in Hokkaido profondendo tutte le sue energie fisiche e morali nello sviluppo della colonia, soprattutto dopo un incendio che nel 1916 aveva distrutto quasi completamente il villaggio; si calcola che abbia abbattuto da solo in un anno 500 enormi alberi. Organizzava tornei di sumo e jukendo per tenere alto il morale, praticava esercizi di purificazione nelle acque gelide dei torrenti, e trovava anche il tempo di lottare contro i briganti che infestavano la zona. Fu ad Hokkaido che fece conoscenza col maestro Takeda Sokaku, della scuola Daito-Ryu, anche lui stabilitosi sull'isola. Fu indubbiamente l'esperienza che lo segnó maggiormante dal punto di vista tecnico. Seguí intensamente gli insegnamenti di Takeda, lo accompagnó spesso nei suoi viaggi e lo ospitó nella sua dimora. Ma sul finire del 1919 una grave malattia del padre costrinse Ueshiba a lasciare l'Hokkaido, in cui non avrebbe piú rimesso piede. Lasciando la sua casa a Takeda Sokaku, si mise in viaggio. Si fermó per strada a Ayabe, per fare la conoscenza del mistico Onisaburo Deguchi, che destó in lui un'impressione incancellabile. Durante una sessione di preghiera, l'ombra di suo padre apparve a Ueshiba, che ne rimase scosso. Deguchi si diresse verso di lui chiedendogli cosa avesse. Ueshiba rispose che era preoccupato per suo padre, e Deguchi gli rispose semplicemente "Tuo padre sta bene. Lascialo partire.". Il padre morí prima che Ueshiba facesse ritorno a Tanabe, lasciandoli un messaggio postumo: "Sii libero, vivi come vuoi realmente". Profondamente prostrato, Ueshiba partí con la sua spada in direzione delle montagne, dove per giorni interi si aggiró come una furia, combattendo contro le ombre. Al suo ritorno decise di abbandonare la casa paterna per trasferirsi nella comunità Omoto-kyo di Ayabe, dove aprí un dojo divenendo definitivamente, all'età di 36 anni, un maestro di arti marziali. Durante il primo terribile anno Ueshiba perse per malattia i suoi due figli maschi e Deguchi venne arrestato dal governo per attività sovversiva, per essere rilasciato dopo quattro mesi. Nel 1921 la nascita di un nuovo figlio, Kisshomaru Ueshiba, diede il segnale di una svolta verso tempi migliori. Ueshiba condivise da allora per diversi anni gli ideali e le avventure di Deguchi, compreso l'idealistico quanto irrealistico tentativo di fondare in Manciuria una nuova comunità universale. Fu in questo dojo di Ayabe che ebbe una esperienza unica che marcó la sua vita, e che pose termine alla sua ricerca.

18 settembre 2007

Kan Yasuda "TOCCARE IL TEMPO"


KAN YASUDA AI MERCATI DI TRAIANO TOCCARE IL TEMPO dal 7 settembre 2007 al 13 gennaio 2008 negli spazi esterni dei Mercati di Traiano 29 sculture/installazioni in marmo, bronzo e granito per la prima mostra individuale a Roma dell’artista giapponese. Passeggiando tra i resti dell’antica Roma in un luogo ricco di storia come il Mercato di Traiano si possono ammirare e toccare le opere dell’artista Kan Yasuda.


Ogni opera è adagiata su pietre antichissime levigate dal tempo attraverso ogni loro forma l’artista vuol trasmettere un preciso messaggio al visitatore che ne sfiora la superficie e che entra in contatto.

27 agosto 2007

Merigar West






Merigar West


In un giorno d’estate una meravigliosa e leggiadra farfalla mi ha guidato alla scoperta di un luogo unico e perfettamente in simbiosi con la natura circostante in cui si trova Merigar West. Fra le colline e le vallate della toscana a pochissimi chilometri da Arcidosso e dal Monte Amiata si trova un zona naturalistica molto particolare dove a sede l’associazione Merigar West la quale diffonde gli insegnamenti del Maestro Chogyal Namkhai Norbu Rimpoche che da molti anni è in Italia il quale è stato dal 1964 al 1994 professore di Lingua e Letteratura Tibetana e di Lingua e Letteratura Mongola all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Autore di numerose pubblicazioni, egli è un attento ricercatore delle origini storiche della cultura tibetana. Da diversi anni inoltre, egli conduce ritiri in tutto il mondo, trasmettendo l’insegnamento Dzogchen in uno stile non settario.

Salendo sulla collina dove sono situati gli edifici dell’associazione a dare il benvenuto ai visitatori ci sono le tipiche bandierine colorate del Tibet e una vista paesaggistica incantevole, una volta lasciata l’automobile nel parcheggio si prosegue a piedi fino alla Casa Dorata, sede della segreteria dove si possono ricevere maggiori informazioni riguardanti tutti gli edifici dislocati all’interno dell’aria dell’associazione come potete vedere dalla cartina esplicativa qui riportata.



Il consiglio che faccio ai lettori del blog è quello di fare una passeggiata a Merigar West dove potete sentirvi vicini alla cima del modo…il Tibet.








02 agosto 2007

Hakama


Di seguito è riportato un'episodio della vita da uchidechi di Saotome Sensei Shihan VIII° Dan Aikikai direttore tecnico e fondatore della Aikido School of Ueshiba (ASU) associazione americana di Aikido, non che Dojo cho dell'Aikido Shobukan Dojo di Washington DC. L'episodio riportato, che è tratto dal libro di Saotome Sensei Aikido - La via del Budo - i principi dell'Aikido, spiega il significato delle sette pieghe dell'hakama, indumento oggi indossato prevalentemente dagli yudansha e dell'importanza che per O Sensei essa aveva. Quando ero uchi deshi con O Sensei, ognuno di noi doveva indossare l'hakama per la pratica fin dal primo istante in cui ci si presentava sul tappeto. Non esistevano regole circa il tipo di hakama da indossare, per cui il dojo era un luogo piuttosto variopinto. Si vedevano hakama di ogni genere, di tutti i colori e qualità dall'hakama da kendo all'hakama a strisce usato nella danza giapponese, dai costosi hakama di seta chiamati sendai-hira. Scommetto che qualche principiante le abbia buscate per aver preso in prestito il prezioso hakama del nonno, destinato ad essere indossato solo nelle grandi occasioni, per poi logorarne le ginocchia praticando il suwariwaza. Ricordo come fosse oggi il giorno in cui dimenticai il mio hakama. Stavo per presentarmi sul tatami per fare pratica indossando solo il mio dogi, quando O Sensei mi fermo "Dov'è il tuo hakama?" mi domandò severo. "Credi forse di poter fare lezione con il tuo istruttore indossando solo la biancheria intima? Non hai il senso della decenza? Evidentemente ti mancano l' attitudine e l'etichetta necessarie per uno che intende seguire il budo. Vai a sederti e sta a guardare gli altri". Questo fu solo il primo dei numerosi rimproveri che ricevetti da O Sensei. Tuttavia, la mia ignoranza in quell'occasione stimolò O Sensei a tenere una lezione supplementare ai suoi uchi-deshi, al termine di quella regolare sul significato dell'hakama. Egli ci spiegò che l'hakama era il costume tradizionale degli studenti di Kobudo e ci chiese se conoscevamo la ragione delle sette pieghe dell'hakama. "Esse simbolizzano le sette virtù del budo - disse O Sensei - che sono: jin (benevolenza), gi (onore o giustizia), rei (cortesia ed etichetta), chi (saggezza, intelligenza), shin (sincerità, chu (lealtà), e koh (pietà). Troviamo tutte queste qualità nel samurai del passato. L'hakama ci induce a riflettere sulla natura del vero bushido. Indossarlo simbolizza le tradizioni che ci sono state tramandate di generazione in generazione. L'Aikido nasce dallo spirito bushido del Giappone, e nel praticarlo dobbiamo cercare di ripeterne le sette virtù tradizionali". Oggi, molti dojo diAikido non osservano strettamente la regola di O Sensei circa l'uso dell'hakama. Il suo significato è degenerato da simbolo di virtù tradizionali a quello di status symbol dello yudansha. Ho visitato i dojo di molte nazioni. In molti di quelli in cui soltanto gli yudansha indossano l'hakama, gli yudansha hanno perduto la loro umiltà, essi considerano l'hakama come un premio da esibire, come il simbolo esteriore della loro superiorità. Questo atteggiamento rende l'inchino verso O Sensei, con cui iniziano e terminiamo ogni lezione, una presa in giro della sua memoria e della sua arte. Peggio ancora, in alcuni dojo le donne di grado kyu (e solo le donne) sono tenute ad indossare l'hakama, si presume per preservare la loro modestia. Per me questo è un insulto e una discriminazione nei confronti delle donne aikidoka. Ed è altrettanto offensivo per gli aikidoka maschi, in quanto presume da parte loro una ristrettezza mentale che non è ammessa sul tappeto dell'Aikido. Vedere l'hakama trattato con un criterio così meschino mi rattrista. Ad alcuni potrà sembrare una discussione futile, ma io ricordo benissimo l'importanza che O Sensei attribuiva a questo indumento, e nessuno, credo, può mettere in discussione il grande valore delle virtù che esso simboleggia. Nel mio dojo e nelle scuole che vi sono associate incoraggio tutti gli studenti ad indossare l'hakama, indipendentemente dal loro livello o grado. (Non lo richiedo fin quando non abbiano acquisito almeno il primo grado, anche perchè negli Stati Uniti è difficile che i principianti abbiano un nonno giapponese dal quale farsi prestare l'hakama). Sono convinto che indossare l'hakama e conoscerne il significato aiuti gli studenti a sentire lo spirito di O Sensei e mantenere viva la visione. Se permetteremo che si affievolisca l'importanza dell'hakama, probabilmente sarà l'inizio della dimenticanza delle cose fondamentali dello spirito dell'Aikido. Se al contrario resteremo fedeli alle intenzioni di O Sensei circa i nostri indumenti da allenamento, anche i nostri spiriti saranno più coerenti con il sogno a cui egli dedicò la propria vita.

24 luglio 2007

Il Dojo Aikikai di Napoli












Per motivi di lavoro nel giugno del 2000 mi sono trasferiro a Napoli dove ho vissuto fino al giugno del 2002. Dato che non avevo nessuna intenzione di interrompere la pratica dell’aikido, mi misi da subito alla ricerca di un dojo dove poter continuare ad allenarmi, dopo varie telefonate e visite ai dojo presenti in città, decisi di iscrivermi nel dojo Aikikai di Napoli diretto dal Maestro Rino Bonanno 5 dan Aikikai d’Italia. Fin dal mio arrivo al dojo sia il Maestro che i suoi allievi mi accolserò con molta cordialità. Dei due anni di pratica trascorsi sotto la guida del Maestro ricordo molto bene gli allenamenti intensi e la sua determinazione nel insegnarci i più piccoli dettagli di ogni movimento; la precisione con cui l’ho visto eseguire e sentito esprimere con il proprio corpo le più svariate tecniche di cui è composto l’aikido rimarranno per sempre nella mia memoria; sono ormai trascorsi cinque anni da quando ho lasciato il dojo, ma ogni qual volta posso ci ritorno per partecipare ai seminari di perfezionamento tenuti dal Maestro e condividere insieme a lui ed i suoi allievi il mio aikido.