30 marzo 2009

Le "MANI" nell'Aikido


Le “ MANI ” nell’Aikido
del Dott. Massimiliano Carletti

Riflessioni e spunti per una comprensione consapevole sulla mano.

Nel 1997 durante un soggiorno a Padova, un caro collega medico mi insegno’ i primi rudimenti di chirurgia della mano . Lo vedevo abilmente lavorare l’argilla durante i lunghi pomeriggi e serate d’inverno trascorse a casa sua , forgiava statuine di antichi soldati romani , talmente fatti bene che sembravano veri. Con altrettanta maestria rispondeva alle mie domande di tecnica chirurgica, introducendo concetti di tecnica chirurgica a me non noti. Mi appuntavo allora rigorosamente ogni dettaglio di tecnica sperando sempre di poterli riusare e cosi è stato. Da allora ho sempre amato le MANI, i suoi consigli mi hanno consentito di riparare e salvare tante mani , alle mani dedico molto studio e tempo anche se la mia disciplina è la chirurgia generale toracica. Iniziando il percorso con l’Aikido mi sono reso conto della bellezza delle mani e delle sue enormi potenzialità. Il mio amico si chiamava Adriano Bucci . Grazie Adriano.
La mano finalizzata a se stessa viene rappresentata come un’organo che prende, che afferra, quindi ben nota all’aikidoista o aikidoka che dir si voglia. Parleremo in questa breve conversazione delle mani in senso FILOSOFICO-SPIRITUALE , aggiungendo qualche nozione di medicina tradizionale orientale pur non volendo essere la presente una lezione ma solo un’inizio di visione sull’immenso di nozioni da conoscere. L’interesse scaturisce da una domanda che spesso mi sono posto andando a seguire lezioni di Aikido tenute da maestri giapponesi : “Cosa ci possano effettivamente trasmettere al di fuori delle tecniche ? ” . La risposta è difficile, perché noi occidentali non abbiamo la stessa mentalità degli orientali . Ci troviamo quindi con amici che sanno eseguire benissimo una tecnica , ma che non conoscono i meridiani o i chakra , cosa che invece i maestri giapponesi conoscono benissimo ma non ti illustrano durante lo stage per motivi di comunicazione o per motivi di tempo. L’Aikido nasce quindi come disciplina di fusione tra lo Shintoismo e l’esigenza del Maestro Ueshiba di unire principi religiosi, filosofici e morali.
La persona migliora se stesso, compiendo un lavoro interno o crescita interiore.
La mano
La mano è un’organo eccezionale .Pensate al tatto, alla possibilità di sentire il calore, oppure le minime asperità e variazioni , la mano che accarezza, che separa, che afferra, che dona , può eseguire fino a milioni di movimenti, pensate al neonato di pochi mesi che esplora il mondo con le mani ancor prima che con gli occhi.( i neonati riescono a vedere dopo un mese circa ).
Le mani di chi cura. (Curiosità: Nella storia la mano era amata e ritenuta un’arma, gli Antichi Romani per esempio tagliavano il pollice ai nemici, poiché unico dito opponente e quindi indispensabile per impugnare un’arma. I mussulmani invece tagliano la mano a chi è accusato o colto nel furto) . Nelle persone diversamente abili e non ( sordomutismo, cecità ecc) le mani diventano un linguaggio, si evolvono, acquistano sensibilità ed abilità diverse, sostituendosi agli organi non più efficacemente funzionanti . Straordinario. Nelle persone che hanno perso una mano, l’altra mano compensa e diventa abile, arruolando talora anche i piedi . Merita di essere menzionato anche lo studio dei Ku-ji o “nove sigilli”, di notevole valenza filosofico spirituale atti a coordinare concentrazione e meditazione . Nell’Aikido la mano viene estremamente valorizzata sul piano dinamico, ma dopo diversi anni di pratica , soprattutto convoglia il KI o energia vitale o soffio vitale . Quindi è un ponte , fra la mente ed il corpo , è anche l’organo che esegue quel che comanda il cervello. Le mani quindi nella nostra disciplina vengono valutate quale canale che convoglia e distribuisce l’energia , che viene immagazzinata nel tandem o hara.
Assunto per certo (ma su questo siete liberi di crederci o meno) che il nostro corpo è un microuniverso inserito in un macrouniverso e che tutti siamo collegati , la mano viene paragonata alla chioma di un’albero che assorbe energia “cosmica” e la restituisce dopo averla assorbita ed eventualmente elaborata. ( movimento circolare dell’energia) Capirete quindi l’importanza di un concetto fondamentale. Potrei citare lo Yuki , la particolare sensazione di sentire il respiro del compagno di allenamento (UKE) ponendo le mani con il palmo completamente aderente al dorso , oppure le mani nel Kokyu, o negli esercizi del maestro Tamura con la attivazione dei meridiani (esercizi degli “Otto broccati”) di chiara impronta taoista. Il maestro valorizza le mani specificando che rappresentano un’antenna che collega attraversandoci il cielo e la terra (nel III esercizio ) incanalando chiaramente l’energia . Le mani assumono importanza per l’aikidoista anche per un lavoro su se stesso, rendendo di giorno in giorno la pratica piu’ consapevole , in relazione a corpo, mente, volontà, mondo che circonda. Questi risultati si vedono anche sul piano pedagogico. Nella antica concezione indiana e successivamente cino-giapponese , le mani sono capaci di convogliare le energie personali in relazione con le energie dell’universo, attraverso particolari posizioni delle mani che chiameremo MUDRA.
L’aspetto esoterico delle mudra non deve trarre in inganno, bisogna praticare , praticare sotto la guida non discriminata ma consapevole di una persona che si è dedicata all’argomento ,talora occorrono anche anni. Non esistono gradi o dan di pratica nei mudra , ma l’aspetto affascinante è il percorso individuale, l’armonia che la continua pratica riesce a raggiungere ed il coordinamento con la tecnica , paragonerei le mani ad un’orchestrale ( un’elemento di un’orchestra) , il suono e la musica sono perfette se ogni componente esegue alla perfezione ed in armonia il compito assegnato .
Vi espongo quindi brevemente alcune nozioni di anatomia ed olistica .
Ma cosa vuol dire Olistica?
Potrebbe significare un termine difficile, ambiguo, ed invece rappresenta una scienza che include numerosi campi di ricerca scientifica , spazi multidisciplinari che prevedono un comportamento di sistemi complessi che implicano un controllo serrato a tipo feed back ( controllo reciproco) tra sistemi come elemento cruciale per la comprensione del loro comportamento. Facciamo un’esempio.
La mia respirazione addominale calma la mia mente ( due sistemi complessi che interagiscono) quindi produce uno stato di meditazione che produce un’abbassamento della pressione arteriosa ( nel tempo) e migliora le mie capacità mentali e relazionali ( il risultato è l’abbassamento dei valori pressione arteriosa che controllano la calma) .
La scienza olistica diventa un metodo.
Le mudra diventano una parte della scienza olistica .Difficile?
Tornando alla mano ora vi elenco un po’ di anatomia descrittiva semplice.

La mano presenta una superficie anteriore ed una dorsale o posteriore.

Ogni dito della mano presenta in tutte le sue parti delle caratteristiche importanti ai fini della esecuzione delle mudra ( o dei mudra). Queste caratteristiche vengono “attivate” secondo la posizione delle dita e delle mani combinatetra loro, formando quella leggera pressione adatta per sviluppare la giusta energia che serve per la finalità preposta dal gesto.

Il dito pollice rappresenta la soggettività
La sua falangetta attiva la manifestazione della volontà
La falange l’infinita espressione della volontà preconscia
Il monte del dito ( vicino all’eminenza tenar)la forza vitale

Il dito indice rappresenta la comunicazione
La falangetta l’auto coscienza
La falangina l’auto realizzazione
La falange , autoaffermazione e autodeterminazione
Il monte del dito l’autocoscienza

Il dito medio rappresenta l’oggettività
La sua falangetta la virtù e il senso di verità
La falangina , il senso della realtà e l’amore per l’ordine
La falange , la determinazione e stabilità.
Il monte la necessità e la disciplina

Il dito anulare , l’istintività
La sua falangetta , doti di dedizione e senso del sociale .
La falangina , espressione corporea .
La falange , la sensualità
Il monte la fantasia empatica

Il dito mignolo la forza spirituale
La falangetta , la sensibilità spirituale. La falangina , il patrimonio della riflessività
La falange la propensione verso il successo inteso come buon esito di un programma o piano voluto.
Il monte del dito la capacità di osservazione .

Quanto praticare?
Come praticare?
Inizio pratica.
L’inizio della pratica, prevede un leggero sfregamento delle mani per un paio di minuto, rendendo la mano più disposta alla esecuzione di altri movimenti. In tale maniera si rende più vascolarizzata la mano, le mani si scaldano .
Il saluto di inizio è solitamente il gasssho, ma può essere inserito nella pratica dell’Aikido secondo le regole del dojo, rispettando entrambi.

Il saluto “Gassho” si esegue portando a livello del plesso solare ( altezza cuore) entrambe le mani, la mano destra è aperta come la luna a semicerchio e la mano sinistra è chiusa a pugno con il pollice rivolto all’interno del pugno . Il significato indica la luna che si incontra con il sole circondandola unendosi come il principio dell’Aikido ( la mano destra accoglie la mano sinistra ) , si china poi leggermente il capo in senso di ringraziamento verso l’universo, verso i nostri antenati che ci hanno permesso di essere ora qui.

La mano sinistra è YIN o principio femminile , la mano destra è YANG o principio maschile , quindi nell’uomo la mano destra accoglie la sinistra , nella persona di sesso femminile è l’inverso. Possono essere previste delle varianti poiché se voglio esprimere una forma di equilibrio nel mio interno posso usare entrambe le forme.
Spesso il maestro quando è in seiza prima della lezione accoglie la mano sinistra sulla destra all’altezza dell’hara, vuol dire che sta calmando la sua mente ( posizione mani una sull’altra e pollici che si toccano all’estremità), concentrandosi sul respiro che viene convogliato nel tanden.
Se ci atteniamo a quello scritto in precedenza :
(i due pollici si toccano) la soggettività si attiva cioè il maestro si mette a nostra disposizione, e dell’universo, le falangi dei pollici si toccano cioe’ attivano l’infinita espressione di volontà preconscia e la altre dita si toccano le une con le altre attivando tutte le loro caratteristiche .
Ditemi se non è meraviglioso!!!!!!
Il proprio IO si assesta e ciascuno di noi dovrebbe con questi gesti della mano arrivare a: tranquillità di spirito
distacco dal vincere o perdere
distacco dal concetto di obiettivo
corretta pratica per crescita interna
“Le mani “pensavamo di arrivare a tanto con il solo gesto delle mani e la pratica continua?

Le mani per afferrare o stringere un jo od un ken.
Ma sappiamo bene che afferrare con forza non serve, ed allora la mano che sapientemente con l’esercizio, impara a stringere rileva l’eccessiva tensione, apre nel momento giusto, chiude nel momento opportuno.
Quindi il jo diventa una mano, l’estremità del jo è l’estremità della mano, il centro del jo è la mano.

Le mudra . Ma quanto tempo per attivarli?
Il tempo è variabile da pochi minuti 5-7 a 15 min, oppure di eseguire ciascun mudra in coincidenza di 12 –21 atti respiratori in meditazione ( lentamente , spontaneamente e con il naso in ins-espirazione)ovviamente è variabile anche il numero di volte nell’arco della giornata che può essere 3-4 volte.

Vi descrivo brevemente alcuni mudra
1) mudra per rinnovare l’energia e la forza vitale. Riscaldare le mani.
Voltate il palmo della mano destra verso il corpo e quello della mano sinistra verso l’esterno.Aprite bene le dita e premete l’una contro l’altra le punte dei medi. Potrete percepire il flusso energetico del vostro corpo che scorre attraverso le dita congiunte . Il gesto eseguito oltre a rinfrescare e rinnovare le energie , allevia lo stato d’animo e fa emergere la forza dal profondo.
Dott. Massimiliano Carletti

20 gennaio 2009

Educare con L'Aikido




Una disciplina per sviluppare l’intelligenza corporea
Autore/i: Travaglini Roberto Editore:
Ericksonpp. 200, formato 17 x 24 Prezzo: € 17,00

18 gennaio 2009

Il Non Fare


Conferenza: IL NON FARE e Stage di Aikido e Movimento Rigeneratore con Régis Soavi Sensei Roma 12 – 15 febbraio 2009 Giovedì 12 febbraio 2009: conferenza di Regis Soavi sul tema : Il Non Fare. Una occasione per conoscere la filosofia pratica trasmessa dal Maestro Itsuo Tsuda attraverso i suoi scritti, la pratica dell’aikido e del movimento rigeneratore. Via dei Mille 62, ore 18.30, ingresso libero. Da Venerdì 13 a domenica 15 febbraio 2009, Regis Soavi Sensei condurrà uno stage di Aikido e Movimento Rigeneratore. Lo stage si svolgerà presso il Nozomi Dojo di Roma, in via dei Mille 62, costo 120 euro. Info 334 8999061, email bodai@scuolaitsuotsuda.org. Le iscrizioni possono effettuarsi il primo giorno di stage, dalle ore 17.30. Per la pratica dell’aikido indossare il kimono, per il Movimento Rigeneratore abiti comodi. Régis Soavi ha cominciato a praticare il judo nel 1963, all’età di 12 anni, un judo tradizionale e morbido. Nel 1973 scopre l’aikido e il jujitsu hakko ryu con Roland Maroteaux; lo stesso anno incontra Itsuo Tsuda, in occasione di uno stage al dojo zen di Parigi. Da quel momento segue l’insegnamento di Itsuo Tsuda e contemporaneamente continua a praticare l’aikido nel quadro delle federazioni., diventa istruttore sia alla scuola del maestro Noro che nella federazione del maestro Noquet, partecipa alla scuola dei quadri dell’Aikikai. Ma verso il 1980 si allontana definitivamente da questa visione dell’aikido perche`l’insegnamento di Itsuo Tsuda e ciò che questi gli fa scoprire corrispondono molto più profondamente a quanto cerca : ” l’aikido come pratica del Non Fare”. Il Movimento Rigeneratore (Katsugen undo letteralmente: Ritorno alla sorgente) è una pratica messa a punto in Giappone dal maestro Noguchi e trasmessa in Europa da Itsuo Tsuda: “E’ un allenamento del sistema motorio involontario che si pratica “senza conoscenza, senza tecnica, senza scopo”. Esso scatta come risposta ad un bisogno interiore di riequilibrio. Attraverso il risveglio della sensibilità, il Movimento Rigeneratore comporta la progressiva normalizzazione del corpo e delle sue reazioni.
www.scuolaitsuotsuda.org

17 dicembre 2008

25 settembre 2008

Bodai Dojo Roma

L'Associazione Bodai-Roma organizza:

Pratica Regolare

ORARI

Aikido

Mercoledì ore 06.50

Sabato ore 8.00

Katsugen Undo*(Movimento rigeneratore) Sabato ore 10.00*

Per iscriversi alla pratica regolare di Katsugen Undo occorre aver partecipato a uno stage di Regis Soavi Sensei

"Sedute di Scoperta"

Gratuite Aikido della Scuola Itsuo Tsuda

è necessaria la prenotazione.

Week End

di pratica

20 - 22 Marzo 2009

1 - 3 Maggio 2009

il calendario delle sedute può subire variazioni


TARIFFE

Pratica regolare

Aikido e Katsugen Undo80€ al mese

Aikido50€ al mese

Stage120€

Week End40€

per i minori di 18 anni 50% su tutte le quote

c/o Dojo Nozomi, Via dei Mille 62 - 00185 Roma

Per Informazioni e prenotazioni

contattare il numero 334-8999061

e-mail: bodai@scuolaitsuotsuda.org

14 settembre 2008

Tiziano Terzani




LA SELVA OSCURA NELLA VALLE DELL'ORSIGNA.


di Tiziano Terzani



Avvincenti storie di streghe, fantasmi e spiriti fra rocce, boschi e vecchie case in un incantevole piccolo borgo sull'Appennino toscano, senza storia e senza eroi. Pochi gli abitanti, ma tanta l'umanità e la saggezza. È un bellissimo omaggio alla terra in cui Terzani ha posto le sue radici. Ma è anche un articolo in cui la poetica e l'etica dello scrittore fiorentino si rivelano in una forma assolutamente cristallina. Le streghe erano tre. Stavano sedute sui rami alti del noce accanto alla fontana. Confabulavano e ridevano. Dapprima Ettore sentì solo le loro voci, poi, aguzzando gli occhi già abituati al buio della notte perché tornava a casa dopo aver giocato a carte con gli amici, le riconobbe. Volle scappare, ma anche le streghe avevano riconosciuto lui e la più vecchia lo bloccò con la sua maledizione: «Ettore, quel che hai visto scordatelo. Se mai ti esce una sola parola di bocca, subito morirai».Passarono gli anni ed Ettore non disse mai nulla a nessuno. Poi un giorno che era in Calabria a fare il carbone con dei compaesani e che il discorso, durante la cena, cadde sulle streghe, e che il noce, la fontana e il bar gli parevano lontanissimi, gli venne da aprirsi il cuore. «Io le streghe le ho viste...». E fece i nomi. La mattina dopo, mentre era al lavoro, una carica di legna gli venne inspiegabilmente addosso ed Ettore ci rimase secco. Questa fu una delle prime storie che mi raccontarono quando arrivai ad Orsigna. Ero bambino, venivo dalla città a villeggiare e volevano che imparassi a comportarmi ed a rispettare i tabù della montagna. Ogni bosco, ogni forra, ogni roccia sembrava averne uno e i loro nomi parevano fatti apposta per non far perdere alla gente la memoria delle loro origini, così come le croci e le madonnine messe lungo i sentieri e per le selve.La Tomba era un piano che una donna, per sfidare la credenza che lì ci si aggirava uno spirito, una notte d'inverno aveva voluto attraversare. Dal grembo le era caduto il fuso con cui filava la lana, quello s'era piantato nella neve bloccandole la gonna, lei s'era sentita come tirata da una mano invisibile e al mattino l'avevano ritrovata stecchita, morta di paura. Il Fosso dello Scaraventa era dove uno che diceva di non credere ai fantasmi era stato da quelli buttato giù per le balze. La Pedata del Diavolo era dove il demonio, che abitava nella valle dell'Orsigna - chiamata ai vecchi tempi «La Selva oscura» -, aveva appoggiato per l'ultima volta il piede, scappando dinanzi alla Madonna, venuta a liberare gli abitanti dalla dannazione eterne. Su quel pezzo di terra ancora oggi non cresce un solo filo d'erba. Quei posti, con le loro leggende raccontate dai vecchi, m'incantarono.Sono passati cinquant'anni, sono stato nel frattempo negli angoli più strani e lontani del mondo, ma da quell'incanto non mi sono liberato e l'Orsigna, con le sue duecento «anime», come qui chiamano ancora gli abitanti, resta il mio ombelico sulla terra.«Orsigna, 806 metri sul livello del mare», dice il cartello all'inizio del paese. Firenze è a soli 75 chilometri di distanza, ma la strada che oggi ci arriva non va da nessun'altra parte e bisogna conoscere il segreto di una curva sulla vecchia, ottusa Porrettana per vedersi aprire, inaspettata, ogni volta come riscoperta, questa valle ariosa in un semicerchio di monti i cui colori marcano il passar delle stagioni.Al contrario dell'Abetone, Maresca, Gavinana o San Marcello, paesi noti dell'Appennino toscano, Orsigna non ha mai avuto una sua ragione di vanto. Non c'è mai successo nulla di storico, non ci si è fermato mai nessuno di famoso. L'unica lapide del paese è quella sulla facciata della chiesa, coi nomi e le fotografie smaltate di una ventina di ragazzi di qui, morti nella Grande guerra. Il più vicino che un «grande» sia mai arrivato fu a cinque chilometri: quando il Carducci dovette fermarsi alla stazione di Pracchia a causa di un guasto alla locomotiva del treno che lo portava alle Terme di Porretta.Io ad Orsigna ci venni per la prima volta nel 1945, portato da mio padre, che c'era stato da giovane, quando, per sciare, si legavano le palanche delle staccionate alle scarpe. Ci arrivammo a piedi, lungo la mulattiera. Non era un vero posto di villeggiatura e trovammo facilmente una camera da affittare. Per alcuni anni stemmo dall'Azelia, la postina, poi dalla Filide, una pastora che da ogni marito che le era morto aveva ereditato qualcosa e la cui casa era per questo una delle migliori del paese.Ogni estate ero lì a badar le pecore coi ragazzi della mia età, a cercar funghi, a raccoglier mirtilli, a guardare la levata del sole da una delle cime, tutte sotto i duemila metri, ma tutte - per me - altissime. L'Orsigna è stata la mia scuola di vita. Qui ho fatto il primo ballo, ho avuto il primo amore, le prime paure, i primi sogni. Coi miei primi risparmi comprai il prato dove avevo mandato l'aquilone e con le pietre del fiume ci feci una casa come quelle degli altri, solo con la porta e le finestre più grandi. Il pensiero di quel posto m'è servito da bussola nei miei vagabondaggi nel mondo e quando ai miei figli, cresciuti sempre in paesi d'altri, ho voluto dare delle radici e mettere nella memoria l'odore di una casa a cui legare poi la nostalgia dell'infanzia, ho imposto loro, come regola di famiglia, di passare ogni anno due mesi ad Orsigna. C'era in questa valle selvaggia con la sua gente senza storia - tranne quella d'una gran miseria - senza gloria - tranne quella delle leggende di cui si sentivano protagonisti - una misura di umanità che volevo i figli imparassero e si portassero dentro. Strana gente quella dell'Orsigna! Già i loro nomi mi impressionarono quando arrivai. Gli uomini si chiamavano Assuero, Smeraldo, Antimo, Elio; le donne Sedomia, Elide, Fortunata. A me, fiorentino, pareva strano che loro non sapessero bene chi fossero i loro antenati. Alcuni dicevano che venivano da una compagnia di ventura a cui un signore, non potendoli pagare, aveva dato in feudo la valle. Da qui i loro nomi di famiglia: Venturi, Caporali e quello d'un caseggiato chiamato il Vizzero. Altri dicevano che all'origine erano dei contrabbandieri che in questa valle inaccessibile e zona di confine fra le terre del Papa e quelle del Granduca di Toscana, evitavano di pagare il dazio alle Gabbellette (un posto si chiama appunto così) e varcavano la montagna in un punto impervio chiamato, non a caso, Porta Franca. Certo è che in questa valle, scura di boschi di castagni e faggi, gli orsignani, lontani dalle città - Firenze e Pistoia - di cui diffidavano, erano cresciuti liberi e pieni d'orgoglio. Abitavano nei loro piccoli borghi sparsi lungo le coste dei monti; ed anche alla Chiesa, come si chiama ancora oggi il paese vero e proprio, ci andavano solo per la Messa, per giocare a carte, per bere e per comprare il sale ed i fiammiferi. Il resto lo facevan da sé. Eran pastori e dalle pecore e dai castagni tiravano tutto quello di cui avevano bisogno. Anche dal medico ci andavano solo in punto di morte. Alighiero sapeva bloccare il sangue di una ferita recitando una formula misteriosa; Ubaldo - quello vive ancora - con una sua formula segnava il fuoco di Sant'Antonio. Gli orsignani era gente che aveva tempo. Con un filo d'erba in bocca, stavano per ore ed ore in cima ad un colle a guardare il gregge con tutto l'agio di pensare e di tacere. Mi parevano conoscere l'animo umano come pochi . Da ogni piccola vicenda mi sembravano capaci di tirar fuori l'archetipo con quella semplicità in cui, piano piano, ho imparato a riconoscere la grandezza. Erano, per necessità, grandi osservatori della natura e da quella tiravano sempre grandi lezioni ed il senso di un equilibrio che si rifletteva nel dar vita, a volte solo con un nome e una leggenda, ad ogni sasso, ad ogni forra. Crescendo imparai ad apprezzarli sempre di più. Io andavo in capo al mondo a cercar di capire qualcosa; loro, senza saper né leggere né scrivere, restando sempre lì, ma facendo d'ogni piccolezza un capitale, s'eran costruiti un gran sapere, mi pareva. Tornavo dal Vietnam e Alighiero, che la guerra l'aveva vista solo una volta quando i tedeschi eran venuti a bruciare una borgata nella valle per rappresaglia d'un attacco partigiano, sembrava saperne tanto più di me. E forse era così. Io avevo visto per un attimo un grande bagliore, lui aveva visto il lento scorrere delle cose nella loro interezza. I cinesi hanno una bella espressione per descrivere come io vivevo - ed ancora vivo - «Guardare i fiori dal dorso di un cavallo». Proprio così: in 25 anni d'Asia ho visto tanti fiori, a volte straordinari, grandi, ma dall'alto di un cavallo, sempre di corsa, sempre a distanza, senza troppo tempo per soffermarmici. Gli orsignani hanno visto pochi fiori, forse piccoli, ma ci sono stati accanto, li hanno visti sbocciare, crescere, morire. E di quello straordinario ciclo della vita son diventati esperti. E liberi, anche dalla morte. Questo è un posto in cui tanta gente s'è suicidata come non volesse dipendere dai disegni di nessuno, neanche da quelli, all'ultimo, del loro Creatore. La Nunziatina, mia vicina, qualche anno fa, si buttò dalla finestra per poter andare ad occupare al cimitero la tomba che s'era resa libera accanto a quella del marito. Aveva sentito che un'altra donna del paese era stata portata all'ospedale e sapeva che, se quella moriva prima di lei, lei avrebbe perso il posto in cui voleva esser sepolta. Gli orsignani vivevano in un mondo tutto loro, con regole loro, e della città rifiutavano tutto. Persino la spiegazione del nome del loro posto. Orsigna, stando agli storici, veniva dal fatto che la valle, menzionata già in documenti dell'anno Mille, era piena di orsi (da qui i due che sono nello stemma di Pistoia), ma secondo gli orsignani il nome avrebbe a che fare con una principessa Orsinia (degli Orsini?) esiliata qui ad espiare un «fallo d'amore». Le sue guardie erano protette da grandi armature e solo quando si spogliavano per prendere il sole su uno dei colli si vedeva che erano delle magnifiche ragazze. Quel posto si chiama ancora Le Ignude. «Lì ci si sente», mi dicevano gli orsignani, indicandomi i ruderi di un posto che si chiama Il Castello (quello della principessa?), ma che tutt'al più poteva essere stato un gruppo di misere casupole di pietra. Io stavo in silenzio a cercare di sentire i lamenti antichi della Orsinia, ma non ci riuscivo. «Ci vuole che tu abbia il secondo udito e la seconda vista», diceva Guidino, un vecchio piccolo piccolo che mi era amico. Lui quei secondi sensi li aveva tutti. Viveva in una casa tutta nera di fumo, ma era un poeta nato, e vinceva regolarmente le gare di contrasto in cui, davanti ad una damigiana di vino, i vari poeti del paese si sfidavano a cantare, a rime alterne, uno difendendo le virtù della donna mora, l'altro quelle della bionda; uno i pregi del sole, l'altro quelli della luna. Oggi nessuno canta più di contrasto ad Orsigna. Col passare degli anni tante cose anche qui sono cambiate. È arrivata la televisione ed attorno al camino, la sera, la gente non ci sta più a conversare. La maggioranza dei pastori sono scesi in pian o e i loro figli son diventati cittadini. Eppure molti di loro tornano, rifanno le vecchie case, tornano per andare a funghi, per vedere sorgere il sole dalle cime e per ballare in piazza sotto l'unico monumento del paese, un piccolo Cristo di marmo a braccia aperte. Torno sempre anch'io e sempre più mi domando se, dopo tanta strada fatta altrove, in mezzo a tante genti diverse, sempre in cerca d'altro, in cerca d'esotico, in cerca d'un senso all'insensata cosa che è la vita, questa valle non sia dopotutto il posto più altro, il posto più esotico e più sensato, e se, dopo tante avventure e tanti amori, per il Vietnam, la Cina, il Giappone ed ora per l'India, l'Orsigna non sia - se ho fortuna - il mio vero, ultimo amore.